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TAPPI E CAPSULE: BIZZARRIE, SOSTENIBILITÀ E ANTI-CONTRAFFAZIONE

Michele Moglia, ceo Crealis, conferma la crescita nel comparto spirits e indica i trend del mercato. Non preoccupano le campagne anti-alcol.

Premiumizzazione, anti-contraffazione e – non poteva essere altrimenti – sostenibilità. Sono questi i macro-trend cruciali per il mondo spirits secondo Michele Moglia, ceo gruppo internazionale Crealis

Con un fatturato globale di oltre 320 milioni l’anno, 2mila dipendenti, 18 siti produttivi in 8 paesi e una presenza commerciale in oltre 70 paesi, Crealis è leader globale nelle soluzioni di chiusura per vini, spirits e liquori (ma anche per birra, olio e aceto). E con una produzione degli oltre 6 miliardi di pezzi ogni anno ha incontestabilmente il polso del mercato e delle tendenze.

Per il gruppo il comparto spirits rappresenta il 25% del fatturato (anche se solo il 15% dei pezzi), ma in questa intervista a Spirito Autoctono il top manager evidenzia le tendenze peculiari rispetto al mondo vino e soprattutto conferma l’inarrestabile crescita, fino ad ora e in prospettiva.

Dottor Moglia, quali sono le tendenze nel mercato spirits dal vostro osservatorio?

«Stanno tutti investendo in premiumizzazione e le chiusure, esattamente come avviene nei profumi, sono un complemento di ricchezza per la bottiglia. Noi copriamo tutta la gamma e alcuni prodotti li facciamo a mano, per delle riserve speciali o per limited edition. D’altra parte un distillato come il tequila può esser buono, ma senza il packaging non spinge: quello che crea la fascinazione per il consumatore e in bottigliera è l’immagine, che deve avere una forza straordinaria».


I tappi Crealis

Come si sta evolvendo la domanda nelle chiusure?

«Nel segmento spirits i tappi sono quasi sempre composti di due pezzi. L’esterno ha una funzione prettamente estetica ed è su questa parte che si gioca tutta la ricerca di materiali speciali, forme bizzarre e strutture inconsuete. Poi c’è la parte tecnica della chiusura che oggi vede un trend molto chiaro e molto netto di ritorno dal sintetico al sughero naturale o almeno al micro-agglomerato. Questo però comporta delle difficoltà per noi produttori, perché se questi tappi vanno benissimo sul piano meccanico, con spiriti chiari (vodka, gin, tequila, rum bianco) c’è il rischio che l’alcol faccia da solvente e porti a un lieve rilascio di colore. Su whisky, cognac o bourbon questo è irrilevante, ma sui bianchi si deve raggiungere una perfezione nel prodotto che è estremamente complessa da garantire. Eppure il sughero è percepito come un elemento di premiumizzazione e stiamo preparando questo cambiamento, ma abbiamo dovuto spingere sulla ricerca per garantirci una buona tranquillità su questi materiali. Certo, abbiamo dovuto essere chiari con alcuni clienti: se con il sintetico abbiamo zero problemi e poi mi chiedi di passare al micro-agglomerato, inevitabilmente qualche rogna sporadica ci sarà».

Il trend premiumizzazione si concilia con la sostenibilità?

«Una delle ragioni della spinta sul sughero è anche la sensibilità green, ma il lavoro più importante per noi con i clienti è sulla riciclabilità. Stiamo ragionando assieme sull’utilizzo di materiali semplici da recuperare, facilmente separabili. E questo sarà il futuro per il nostro settore. Stiamo lavorando a un progetto specifico, molto grosso e game changing, che presenteremo nel 2024».

Sul fronte capsule invece cosa funziona oggi?

«Rispetto alle termoretraibili in pvc, ci stanno chiedendo con forza di spostarci al pet da plastica riciclata. Anche qui il mantra è la sostenibilità e la riciclabilità, per questo la nostra direttrice di ricerca e sviluppo è segnata per almeno un biennio». 


Alcune delle capsule del marchio Crealis

Su quali altri fronti si spinge l’innovazione?

«Abbiamo richieste pressanti rispetto ai sistemi anti-contraffazione nelle chiusure per gli spirits. Sembra che dopo il covid il problema sia riemerso con forza, in particolare in alcuni paesi nel mondo. Ci chiedono sistemi sofisticati anti-apertura e anti-riempimento. E in effetti abbiamo soluzioni che possono cambiare radicalmente la concezione di chiusura, sistemi nascosti sui quali abbiamo l’obbligo di totale segretezza, ma il problema è che richiedono l’assemblaggio di materiali differenti e dunque non sono riciclabili. Difficile conciliare tutto…».

Moda e curiosità spingono il mercato oltre i limiti?

«Si stanno facendo cose straordinarie e i nostri clienti ogni giorno chiedono qualcosa di più cool, di fuori del comune. Noi giochiamo sui tavoli più disparati, proponiamo l’utilizzo di materiali anomali come cuoio o pietra. È la domanda che ogni settimana ci sfida a partorire qualcosa di nuovo».

Come gestite la richiesta di oggetti “eccezionali” in aumento?

«Il problema si pone quando prendono piede (ride, ndr), perché si deve industrializzare la produzione di oggetti progettati per esser cesellati a mano e farne milioni. Ecco, dal punto di vista manifatturiero gli investimenti sono impressionanti, proprio per scalare la produzione. E abbiamo sviluppato una tecnologia che ci permette di lavorare fino a 10mila pezzi l’ora».



Per i brand vale davvero la pena di stressare così tanto la filiera per una componente come le chiusure?

«In realtà, anche quando è di lusso, rispetto al prezzo della bottiglia sul mercato il costo del packaging è ancora minimo, si parla di qualche punto percentuale. Eppure quella piccola componente fa la differenza. Si pensi al tequila, è assolutamente determinante».

È ancora il prodotto trainante?

«I trend di consumo nel segmento spirit sono in espansione, ad un tasso di crescita composto del 2/3 percento sui volumi, che tradotto in prodotto significa centinaia di milioni di bottiglie. Il tequila la fa da padrone. Possiamo parlare di esplosione, a tal punto da non riuscire a coprire con la produzione la crescita della domanda. Tutti i grossi gruppi di investimento agricoli stanno puntando sull’agave. Non deve ingannare la leggera frenata che vediamo in questo momento, essendo legata allo stoccaggio. A partire dal boom del 2022, che ha sorpreso tutti, i buyer hanno riempito i magazzini di qualsiasi tipo di prodotto. Per questo il rallentamento è relativo: siamo passati dal +25% del 2022 al +7% in questo momento, un andamento che non distoglie affatto gli investimenti dei grossi gruppi, che pure non hanno una reale consapevolezza rispetto ai consumi finali».



Non c’è però solo tequila nel paniere degli spiriti trendy?

«Diciamo che nel 2022 tutto il comparto ha fatto numeri da record. Ora anche gin e vodka vanno bene, il whisky continua a funzionare. Anche il cognac ha vissuto una crescita forte dell’export, ma essendo uno dei prodotti più costosi sul mercato ora potrebbe vedere un rallentamento».

Dunque quello degli spirits è boom o bolla?

«Boom senza dubbio. Non vedo un solo passo indietro, perché il comparto sta salendo un gradino dopo l’altro. Negli ultimi cinquant’anni c’è stato un salto alla volta, ma sempre in avanti. È un settore molto forte e molto stabile».

Si percepisce qualche timore rispetto alle campagne anti-alcol lanciate su scala europea?

«Vedo la preoccupazione nel mondo del vino, ma non la si percepisce nel comparto spirits. E quindi tutto il tema della salubrità non sembra frenare consumi e investimenti, che anzi vanno fortissimio. I grandi player stanno spingendo sull’acceleratore e non sembrano per nulla preoccupati, perché il consumo nel dopocena o in mixology continua ad andare forte».

Dopo qualche divagazione tra Nietzsche e Wittgenstein, è tornato a Epicuro. E così scrive di vino, sapori e spirits, di viaggi, di teatro e danza. Veneziano, fa base a Praga. Ama il whisky scozzese e le Dolomiti.

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