Nuccio Caffo

“La grappa è tornata di moda”, parola di Nuccio Caffo

Dal resentin nei bar alpini alla mixology più ricercata, da icona della più pura tradizione italiana a grande distillato da invecchiamento per i più esigenti palati internazionali. La grappa ha attraversato fasi alterne nella sua storia e oggi, dopo un periodo di decrescita (non proprio felice) del mercato e di appannamento dell’immagine, lo spirito autoctono per eccellenza sta tornando ad attrarre consumatori. E forse sta pure tornando “di moda”.

Stando all’ultimo report presentato da Assodistil, con 83mila ettanidri prodotti la grappa ha registrato nel 2022 un solido +12% rispetto all’anno precedente e il dato forse ancora più intrigante è la corsa del prodotto italico sui mercati esteri (a questo link un approfondimento sull’evoluzione della grappa in Italia). Secondo i dati Nomisma, infatti, nel 2022 l’export di grappa ha totalizzato 60 milioni di euro, con un significativo +16% rispetto ai 51,5 milioni del 2021, a cui corrisponde un +8% in volume (quasi 14mila ettanidri di grappa esportata). Destinazioni principali la Germania, che da sola assorbe il 59% dell’export di settore, la Svizzera (14%) e l’Austria (5%), ma un segnale importante viene dal mercato USA (+31% di export in volume) dove da 5 anni sono attivi progetti di promozione della grappa IG.


Grappa


Grappa, ritorno di fiamma?

È partendo da questi numeri che Nuccio Caffo, presidente del neonato Consorzio Nazionale Grappa, nell’intervista a Spirito Autoctono non nasconde l’ottimismo per un ritorno di fiamma verso il distillato che ha fatto e sta ancora facendo la storia della distillazione italiana.

Presidente Caffo, la prima domanda è la più diretta… come sta oggi la grappa? Qual è lo stato di salute del distillato italiano per eccellenza?
«La grappa stava meglio 25 anni fa rispetto ad oggi. La produzione e le vendite sono diminuite tantissimo, soprattutto con riferimento al consumo interno, dato che il consumatore in Italia è stato “distratto” da altri prodotti. Eppure la grappa rimane una delle categorie più importanti nel panorama degli alcolici di casa nostra, nonostante abbia molto spazio da recuperare poiché sono stati anni di crisi per il settore»

Questo cosa significa in termini di numeri?
«I numeri sono dimezzati rispetto a 25 anni fa, ma nel dopo-pandemia siamo tornati a crescere, a due cifre».

A fronte di una riduzione soprattutto della domanda interna, come si è evoluto il posizionamento della grappa su scala internazionale?
«
Nell’ultimo anno, in particolare, è stato un incremento a due cifre dell’export di grappa, che all’estero sta vivendo una rinascita come icona del made in Italy. I numeri hanno tenuto negli anni, soprattutto in Germania, il primo mercato di sbocco per il nostro distillato. I paesi di lingua tedesca rimangono infatti i più grandi consumatori, anche perché tedeschi, austriaci e svizzeri frequentano molto l’Italia, soprattutto il lago di Garda o l’Alto Adige, e quindi hanno assaporato la cultura della grappa gradualmente nel corso degli anni. Un po’ come quando l’italiano va in vacanza a Cuba e di ritorno cerca il rum, anche i tedeschi che vengono in Italia poi si affezionano a grappa e amari. Lo stesso meccanismo spiega anche il successo internazionale del limoncello: nonostante non ci siano grandi multinazionali a spingere. Chi viene in Italia vuole assaggiare i prodotti della tradizione italiana e questo accade un po’ per tutto l’agroalimentare, dunque anche per il buon bere».

E rispetto ai nuovi mercati?
«Come Consorzio abbiamo promosso diverse operazioni – tra le quali in particolare l’investimento che abbiamo fatto negli Stati Uniti con Hello Grappa in partnership con Assodistil – che hanno un po’ svegliato la cultura della grappa nel paese e nella Grande Mela. Negli USA non c’è storicamente mai stato un grande consumo, mentre adesso stanno imparando a scoprirla. Oltre al turismo esperienziale, è l’identità iconica a riportare l’attenzione sulla grappa».

Il Consorzio ha in previsione altri progetti sul modello di Hello Grappa per spingere sui mercati internazionali?
«Abbiamo già avviato un’interlocuzione con l’Istituto del Commercio Estero e, in occasione del Vinitaly, abbiamo incassato la promessa di organizzare missioni specifiche per promuovere la grappa e quindi sicuramente si cambia passo nei prossimi anni. Il nuovo presidente Matteo Zoppas si è appena insediato, dunque diamogli tempo, però devo dire che si stanno già muovendo. Ho partecipato alla missione a Londra con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Francesco Lollobrigida, posso dire come sia palese che ci si sta muovendo parecchio per tutto il made in Italy. Quanto a noi, ora dobbiamo aggregare più produttori possibili in attesa che arrivi il decreto di riconoscimento consortile per le bevande spiritose. Come Consorzio Grappa – una entità che ha preso il posto del vecchio Istituto Nazionale Grappa, già attivo dal 1996 – abbiamo i numeri a posto, siamo già un gruppo forte che ingloba una gran parte dei produttori».


Nuccio Caffo
Nuccio Caffo

Qual è il rapporto con l’Istituto Grappa Trentina e con i Consorzi regionali?
«L’Istituto Trentino, che funziona molto bene, si è associato come ente e proprio per questo è uno dei nostri soci più grandi. Hanno poi aderito i consorzi regionali di Valle d’Aosta, Veneto e Lombardia. Dal Piemonte si sono già associate diverse aziende di peso (come Francoli, per fare un esempio) e siamo in attesa del Consorzio che dovrebbe associarsi, ma devono farlo con i loro tempi. Sono previste delle contribuzioni per le attività consortili, come avviene nel vino? Al momento stiamo pagando tutto noi come aziende. Nel momento in cui però i Consorzi vengono riconosciuti e diventano erga omnes, tutte le aziende che vogliono utilizzare il nome grappa o qualsiasi denominazione di bevande spiritose (dal limoncello al nocino di Modena) devono versare una quota e quindi il Consorzio riesce a mantenere le attività. Noi abbiamo i conti in ordine, il CdA ha presentato il bilancio all’assemblea che l’ha approvato. Diciamo che nel primo anno, muovendoci con le nostre gambe, siamo riusciti a chiudere il cerchio senza problemi. Certo, possiamo fare i prossimi passi in funzione delle risorse a disposizione».

Il mondo grappa è in evoluzione. Tornerà di moda?
«Sta già tornando di moda. Nel senso che non ne parlava più nessuno, è vero, poi noi abbiamo ricominciato semplicemente a metterlo al centro del discorso. Non stiamo investendo milioni, ma stiamo semplicemente parlandone con consapevolezza. Se consideriamo l’effetto delle nostre azioni di comunicazione, che hanno portato i media a raccontare la grappa, vuol dire che il lavoro in questa fase sta portando i suoi primi frutti. Sicuramente è un settore che rappresenta pienamente l’Italia, perché la materia prima è esclusivamente italiana, viene lavorata totalmente in Italia e, tra l’altro, anche con un percorso totalmente sostenibile».

La sostenibilità è dunque nel Dna della grappa?
«Certamente, perché le vinacce che escono dalle cantine vengono recuperate per la distillazione, una volta esauste vengono utilizzate come biomasse per la produzione di energia e infine quello che rimane finisce nei concimi. Quindi è totalmente sostenibile, più di altri nobili prodotti della distillazione che però utilizzano materia prima sottratta alle derrate alimentari. La grappa invece utilizza sottoprodotti e oggi scopriamo che questa eredità dell’ingegno dei contadini italiani è pienamente in linea con la tendenza attuale a consumare prodotti sostenibili».

Il focus sulla sostenibilità – di cui avete parlato recentemente anche nel rapporto Assodistil – diventa una chiave per avvicinare un pubblico giovane?
«Se si ragiona in chiave di marketing, è così. Poi c’è ancora più sostanza se si considerano i possibili sviluppi. Basti pensare al nuovo impianto di produzione di biometano dalle vinacce inaugurato dalla Bonollo Umberto».

Pur con l’ottimismo di un trend in ripresa, come vede in prospettiva un distillato come la grappa nel mondo degli health warning in etichetta? Percepisce un certo talebanesimo?
«In realtà se n’è parlato sempre e alla fine non è nulla di nuovo. La grappa è un distillato che si consuma in piccole dosi, non uno dei prodotti che usano i ragazzi per sballarsi. È un prodotto da meditazione e quindi avvicinarla a questi discorsi è un po’ fuori luogo. Rispetto all’etichetta, si è esagerato cavalcando l’onda delle notizie dall’Irlanda, ma alla fine ci sono gli health warning obbligatori in vari paesi del mondo (dagli Stati Uniti all’Australia) eppure non si parla mai di una specifica malattia, ma piuttosto si sconsiglia il consumo per le donne incinta, cioè cose molto ovvie. Anche perché uno studio che indichi una correlazione precisa tra una malattia specifica e l’alcol non esiste, altrimenti sarebbe uscito a livello mondiale e sarebbero intervenuti dei divieti. Quindi sono quelle esagerazioni che offrono un po’ di visibilità».

Uno degli strumenti che in qualche maniera supporta il ritorno della grappa è forse la mixology?
«L’utilizzo della grappa in mixology è ancora molto limitato, perché il timbro del distillato è molto riconoscibile, è forte e dunque non si può sposare con qualsiasi cocktail. C’è però qualche esempio che funziona – come il cocktail Ve.N.To inserito nell’elenco dell’Iba – quindi il movimento sta crescendo e probabilmente si rafforzerà in futuro. È chiaro che il consumo principe per la grappa è in purezza, soprattutto nel caso delle invecchiate o delle più tradizionali; magari le bianche si prestano di più per la miscelazione, soprattutto considerando le più neutre che hanno un timbro meno forte».

Guardando avanti, come vede il mondo grappa da qui a 5 anni?
«Secondo me ci sarà un sostanziale recupero in Italia, perché alla fine tutti gli alcolici mediamente hanno un ciclo e poi ritornano. C’è stato un grande ritorno del gin e probabilmente a brevissimo ci sarà quello del whisky, perché è un’onda a livello internazionale. Ancora il momento della grappa a livello internazionale non è arrivato, in Italia lo abbiamo avuto perché è nata qui. Io penso che facendo un buon lavoro sull’Italia, la spinta sul ritorno di questa acquavite in casa nostra contribuirà anche allo sviluppo all’estero. Certo, molto dipende dalle aziende: i produttori di grappa non sono normalmente multinazionali, ma sono realtà medio-piccole spesso familiari. Per questo è importante unirsi e fare quadra, per muoversi insieme con l’obiettivo di realizzare qualche operazione sull’estero per far conoscere il distillato. È necessario stimolarne la distribuzione e la diffusione. Poi, se parte davvero la moda della grappa, le multinazionali cercheranno di entrare a tutti i costi nel business e quindi di conseguenza possono portare una spinta determinante – come è accaduto per i nuovi gin artigianali, che dopo un breve periodo sono stati acquisiti dai grossi nomi».

Quindi, secondo lei, sarebbe auspicabile l’intervento di grossi gruppi? O penalizzerebbe l’anima artigianale?
«Per essere schietti, non credo che i grandi gruppi entrerebbero mai nella produzione, semplicemente perché il lavoro più pesante lo lasciano fare a noi piccoli distillatori. La grappa è un prodotto abbastanza difficile in fase di produzione, è così legata al territorio, ma anche allo stesso mastro distillatore. Non è un prodotto omologabile, perché la materia prima non è disponibile ovunque nel mondo e si deve invece costruire un rapporto vero con le aziende vitivinicole: la grappa cambia come cambia il vino, il distillatore può gestire al meglio le vinacce purché siano di qualità. E allora ecco l’importanza (e la fatica) di selezionare cantine che lavorano con consapevolezza, che non strizzano troppo le vinacce, che conferiscono una materia prima da cui poter estrarre un distillato di qualità. Tutto questo lo rende un lavoro complesso, artigianale anche nelle grandi produzioni. Invece sul fronte distributivo sicuramente un intervento di grandi brand sarebbe auspicabile».

La grappa incarna il valore e la qualità dello spirito autoctono?
«Per ogni vino o vitigno che abbiamo in Italia potrebbe esser prodotta una grappa dedicata, c’è una varietà di prodotto che credo non esista per nessun altro distillato al mondo. Ecco perché questo è il vero spirito autoctono italiano: la materia prima solida italiana, la produzione in Italia, anche l’alambicco è stato creato in Italia proprio per poter gestire il processo di distillazione. Sono tutti piccoli tasselli che sommati danno l’unicità del prodotto».

Dopo qualche divagazione tra Nietzsche e Wittgenstein, è tornato a Epicuro. E così scrive di vino, sapori e spirits, di viaggi, di teatro e danza. Veneziano, fa base a Praga. Ama il whisky scozzese e le Dolomiti.

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